17 febbraio 2017

DDL Gambaro: arriva la Censura Online

di Marco Bordoni.

Se foste stati eletti nelle liste di un movimento nato e cresciuto online, se poi fossero successi incidenti, vi avessero espulsi e aveste occupato la legislatura in un lungo pellegrinaggio fra i più cangianti gruppi parlamentari (Misto, Gruppo Azione Partecipazione Popolare, Italia Lavori in Corso…) per poi approdare alla corte di Denis Verdini (sì, il gruppo di Ascari inviati da Berlusconi in missione dall’altra parte dell’emiciclo per tenere in vita i vari governi del PD)…
Se aveste votato la fiducia a qualsiasi ipotesi di governo avesse il coraggio di presentarsi alle camere, e se nonostante questo, a legislatura ormai agli sgoccioli, vi trovaste senza una reale possibilità di essere ricandidati, cosa fareste?
Mettereste la faccia su un disegno di legge che abolisce la libertà di espressione imponendo la censura sui nuovi media? La risposta dipende evidentemente da molti fattori, fra cui il vostro appetito, il vostro amor proprio, ed ovviamente la qualità della vostra faccia. La senatrice Gambaro, per fare un esempio, ha questa faccia qui:

Sono simpatica e innocua: salvo per il fatto che vi tolgo il diritto di espressione

Prendiamola alla larga. Con sentenza n. 54.946/16 la Corte di Cassazione ha stabilito che risponde penalmente il gestore del sito internet che consente la pubblicazione di un commento dal contenuto diffamatorio nei confronti di terzi. Diciamo questo per sgombrare ogni dubbio: gli strumenti legali per difendere i diritti fondamentali delle persone esistono già, e sono tranquillamente applicati dall’ordinamento. Ma qui non si sta parlando, evidentemente, di questo.
Quello uscito dal cilindro ieri è un disegno di legge (che vi invitiamo a consultare tenendo un sacchetto assorbente, di quelli che si trovano in areo infilati nel sedile davanti, sotto mano, cliccando qui) la cui unica finalità è quella di ammazzare ogni critica e di consolidare un nuovo autoritarismo.
Riassunto degli ultimi 30 anni per i distratti: fine dell’URSS, offensiva del capitale sul lavoro, tradimento dei chierici della sinistra parlamentare ed extraparlamentare convertitasi al dogma Liberismo & NATO & Unione Europea & Euro, esplosione del debito pubblico, esplosione del debito privato, disintegrazione della compagine sociale, vi facciamo paura “arriva Putin!” ma dopo un anno non se la beve più nessuno. Ci siete? Avete vissuto nello stesso mondo in cui ho vissuto io? OK, andiamo avanti.
Oggi siamo al punto in cui se tanto tanto il cittadino capisce quello che è successo (e lo può fare solo online, visto che i media mainstream sono una versione glamour del Volkischer Beobachter), si organizza e vota anche Attila pur di punire i responsabili del disastro. Contromisura: impedirgli di votare (vari papocchi elettorali con premi, sbarramenti e magheggi assortiti) impedirgli di informarsi (un saluto alla senatrice Adele) e, quando poi ci saranno le sommosse (perché ci saranno, anche se noi non ce le auguriamo*) esercito europeo. In due parole: regime e repressione. Tutto chiaro? Speriamo di si.
E’ il momento di entrare nel merito. Siamo di fronte ad una proposta di legge che entrerà in vigore fra tre mesi, fra un anno o mai a seconda del grado di priorità che le verrà assegnato dal governo, che non si è ancora espresso sul punto. Visto che questo testo è un mostro giuridico da competizione mondiale, possiamo contare sul fatto che nel corso dei lavori parlamentari cercheranno di pettinarlo, di fargli indossare un frac, e di presentarlo come un affabile gentiluomo. Nella sostanza, però, repressione era e repressione rimarrà.
Sarà importante la reazione che la cittadinanza riuscirà a dispiegare alla notizia e che verrà certamente misurata dai reali promotori (per trovare i quali bisogna partire dalla Senatrice Adele -acqua- salire alla Presidente Boldrini -acqua- e poi al Parlamento Europeo -fuochino- al Partito Democratico USA -fuoco- all’establishment che gestisce il mainstream -fuochissimo-). Se sarà fiacca prenderanno coraggio, se sarà veemente rimetteranno con gesto elegante il topo morto nella tasca da cui è uscito (quella della Senatrice) e diranno che scherzavano.
L’impianto del progetto di legge si basa sostanzialmente su tre articoli:
Art. 1: € 5.000 di multa per chi pubblica “attraverso piattaforme informatiche” (quindi non organi di stampa ufficiali: la chiameremo clausola salva Goracci) notizie “false, esagerate, tendenziose, che riguardino dati o fatti manifestamente infondati o falsi”. Capito? L'”esagerazione” e la “tendenziosità” diventano reati. Sull'”antipatia” stiamo lavorando… ah già. Sull’antipatia non si può o finisce dentro tutta la maggioranza parlamentare.
Art. 2: € 5.000 di multa e minimo 12 mesi di reclusione  anche per “chiunque… svolga una attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici o da fuorviare settori dell’opinione pubblica, anche attraverso campagne con l’utilizzo di piattaforme informatiche”. Montepremi raddoppiato (€ 10.000 e due anni di reclusione) per le campagne volte a “minare il processo democratico, anche a fini politici” (chi sa quali altri fini ci dovrebbero essere per minare il processo democratico… fare colpo sulla fidanzata?).
Art. 4: obbligo di comunicazione al Tribunale e di pubblicità della identità del responsabile del sito, ovvero il soggetto poi destinatario delle attenzioni di cui agli art. 1 e 2 (senza esclusione della responsabilità di eventuali autori terzi).
In sostanza: se passa questa roba, la controinformazione è finita, morta, kaputt.
E’ sempre divertente vedere dispiegarsi nella pratica il paradosso filosofico a monte di tutto il progetto europeo (ne abbiamo parlato qui): quello di una struttura che pone il rifiuto di qualsiasi verità trascendente come pietra fondante della propria architettura che poi si arrabatta per affermarsi come  unica detentrice della verità e quindi reprimere tutto ciò che le si oppone. In questo caso ecco i “democratici” alla presa con la creazione di reati orwelliani intesi a punire “opinioni che se pur legittime rischiano di apparire più come fatti che come idee” (relazione introduttiva), “informazioni atte a fuorviare l’opinione pubblica”“campagne d’odio e miranti a minare il processo democratico anche a fini politici”. Non ci vuol certo un consigliere di Cassazione per capire che si tratta di una pietanza avvelenata, cucinata per ammazzare la libertà di opinione assieme la principio di legalità [spiegone tecnico: il nostro sistema si basa(va) sul principio di legalità, a sua volta articolato nell’obbligo di tassatività e determinatezza della norma penale. La determinatezza concorre a chiudere l’insieme dei reati, impedendo al Giudice di crearne di nuovi in via interpretativa. La tassatività vieta al Giudice di ricorrere a strumenti che consentono l’applicazione delle norme penali al di fuori delle fattispecie astratte descritte dalle stesse, ossia il divieto di analogia. Fine della tassatività e della determinatezza, fine della legalità, fine della democrazia].
Ora abbiamo due problemi. 
Primo: vi immaginate il trattamento che riceverebbe sulla nostra stampa un parlamentare, diciamo Turco o Russo, che presentasse una proposta di legge del genere? Fine del mondo. Quindi in linea torica dovremmo aspettarci una levata di scudi proprio dagli operatori “ufficiali” dell’informazione, le vestali della democrazia. Questa levata però non ci sarà. Perché questa norma fa l’occhiolino in modo osceno ai giornalisti della stampa tradizionale, garantendogli una sorta di esclusiva ai remi della galera informativa a cui sono stati condannati. Da loro non possiamo attenderci alcun sostegno. Con le solite eccezioni che si contano sulle dita di una mano e che confermano la regola, gli sventurati risponderanno.
Secondo problema: se non facciamo molto rumore adesso il regime fa un passo avanti determinante nella sua affermazione. Se c’è una cosa che abbiamo imparato da questa storia è che l’informazione online è potente e fa paura. Utilizziamo questo potere: condividiamo questa informazione ed il nostro sdegno con tutti i mezzi in nostro possesso. Facciamogli capire che il prezzo in credibilità da pagare per toglierci il diritto al dissenso è troppo alto per le loro tasche, già da anni vuote, visto che questa moneta se la sono giocata tutta sulla roulette di Bruxelles. Condividiamo, commentiamo, dibattiamo in pubblico, in privato ed anche online. Oggi la lotta per la libertà si fa anche così. Ce lo stanno dicendo loro.
****
*specificazione ad usum del censore prossimo venturo.



28 gennaio 2017

Caso Byoblu. Attaccano il dissenso, non le bufale

L'attacco all'informazione libera e indipendente: forse l'ultimo video di Byoblu.

di Claudio Messora.
[con nota di Pino Cabras]


Stampatevi bene questa data nella testa: 27 gennaio 2017. Il giorno in cui gli effetti della campagna contro le cosiddette "fake news" (ma in realtà con l'obiettivo di colpire l'informazione libera e indipendente), orchestrata da Hillary Clinton, dal Parlamento Europeo, da Laura Boldrini, da Angela Merkel e da tutti quelli che hanno paura che l'informazione libera possa scalzare i loro privilegi e la loro posizione di forza, hanno iniziato a colpire anche in Italia, togliendo la linfa vitale della monetizzazione Adsense, con motivazioni che avrebbero del ridicolo o del tragicomico, se non rappresentassero qualcosa di ben più grave.

Oggi è un giorno pesante, il più pesante per l'informazione libera e indipendente in Italia e nel mondo, da quando ho iniziato a fare questo "mestiere" del blogger, dieci anni fa.

_____________________


NOTA DI PINO CABRAS

Fa molto bene Claudio Messora a sottolineare che il vero obiettivo della campagna contro le 'fake news' non erano certo quei cialtroni che infestano il web di notizie false, razziste e irresponsabili per acchiappare clic, e da chissà chi sono mossi.
No, il vero obiettivo politico era ogni forma di dissidenza informativa, ogni voce non inserita in quell'oligopolio che controlla - con apparente pluralismo ma sostanziale totalitarismo - la galassia dei media tradizionali, un mainstream in radicale crisi di credibilità e ormai in modalità panico.
E fa anche bene Messora a non fare tanti giri di parole quando fa i nomi dei maggiori artefici di questa sistematica volontà di censura, che stanno dentro le istituzioni e nelle aziende dominanti  delle telecomunicazioni. Sono nomi che si muovono in un sistema legato mani e piedi al blocco d'interessi di cui Hillary Clinton sarebbe stata il maggiore garante, se non avesse subito il rovescio elettorale. E' un blocco che ha una sua ideologia e che ha ancora molto potere: perciò vuole trasformare l'ideologia in misure concrete, mirate, inesorabili. Così, accanto al lavoro ai fianchi ideologico (in cui si fa aiutare persino da gente che crede di difendere la libertà), fa un lavoro più sporco, inteso a prosciugare le risorse del dissenso.
Oltre alle personalità e istituzioni citate da Messora, è bene ricordare anche la NATO, un'organizzazione sempre più attenta a inserire nelle azioni di guerra anche la "guerra della percezione": ha persino redatto un "Manuale di Comunicazione Strategica", che intende coordinare e sostituire tutti i dispositivi antecedenti che si occupavano di Diplomazia pubblica, di Pubbliche relazioni (Public Affairs), di Pubbliche Relazioni militari, di Operazioni sui sistemi elettronici di comunicazione (Information Operations) e di Operazioni Psicologiche. Sono azioni coordinate ad ampio spettro, portate avanti da strutture dotate di risorse immani e che lavorano ventiquattr'ore su ventiquattro in coordinamento con i grandi amministratori delegati di imprese del calibro di Google.
L'offensiva è dunque in atto e viene da lontano. Un'eminenza grigia molto importante dell'Amministrazione USA uscente, Cass Sunstein, anni fa scrisse un saggio in cui - oltre a teorizzare l'«infiltrazione cognitiva» dei gruppi dissenzienti, da perfezionare spargendo disinformazione, confusione, e calunnie - invitava il legislatore a prendere «misure fiscali» (diceva proprio così) contro i propugnatori delle “teorie cospirazioniste” e per l’assoluto divieto di esprimersi liberamente su quanto sia disapprovato dalle autorità. Ci siamo a suo tempo chiesti dove volesse andare a parare, il prof. Sunstein. Voleva dire che chi dissente paga pegno allo Stato? E come diavolo doveva chiamarsi questa nuova imposta? All'epoca erano misteri e deliri di un professore di Harvard, un costituzionalista che ripudiava i capisaldi della Costituzione scritta americana. Ma nel frattempo quel delirio si è fatto strada e si è fatto sistema di potere. E' bene ricordarlo a quelli che si scandalizzano per Trump senza accorgersi che le ossessioni contro la libertà di espressione hanno colonizzato le istituzioni e i media in cui hanno riposto fiducia, anche a casa Clinton e a casa Obama.
Oggi attaccano Byoblu.com. Ma sarà presto un attacco contro tutti i dissidenti. E' una questione già maledettamente seria.
Anche chi non va d'accordo con Byoblu, con Megachip, con PandoraTV.it e altri ancora, farà bene a sostenerli economicamente e difenderli politicamente. Lo dovrà fare per salvare il pluralismo da un'ondata di "maccartismo 2.0", un'isteria che vuol fare tabula rasa dell'informazione non allineata.

25 gennaio 2017

La Moneta Fiscale: una terza via tra austerità e uscita dall'euro


di Stefano Sylos Labini.



Premessa
Le regole su cui si fonda l’euro impediscono di attuare politiche economiche espansive per rilanciare la nostra economia. Per questo dobbiamo uscire dalla trappola che ci sta facendo affondare. Però, il nostro Paese in una fase di crisi così pesante farebbe bene ad evitare uno scontro frontale con l’Europa come potrebbe accadere se si decidesse di uscire dall’euro in modo unilaterale. Il percorso di uscita potrebbe avere effetti molto negativi sia nella fase che lo precede sia nel periodo immediatamente successivo.
Con una moneta complementare all’euro si potrebbero evitare contraccolpi che sarebbero nefasti su quella parte di popolazione che già oggi si trova in grande difficoltà. Nel tempo la moneta complementare potrebbe perfino sostituire l’euro creando le condizioni per un’uscita “morbida” dalla moneta unica qualora ciò si ritenesse utile o necessario. Ma potrebbe anche costituire uno schema permanente all’interno dell’euro, adottabile dall’Italia e da altri Paesi dell’Eurozona in crisi, per assorbire la disoccupazione, risanare i bilanci pubblici e gestire in modo civile gli imponenti flussi migratori che si stanno riversando sul continente europeo.

1. La moneta complementare all’euro: i Certificati di Credito Fiscale
I Certificati di Credito Fiscale (CCF[1] sono titoli che danno il diritto ad ottenere sconti fiscali futuri (nel nostro progetto dopo due anni dall’emissione) e non hanno nulla a che fare con la famosa supply-side theory di Arthur Laffer che si basa su massicci tagli alle tasse alle classi benestanti. L’aggancio alle tasse è un modo per assicurare un controvalore monetario certo ai CCF la cui funzione fondamentale è quella di aumentare immediatamente la capacità di spesa dell’economia e quindi la domanda pubblica e privata, la produzione, l’occupazione e gli investimenti delle imprese. La riduzione delle tasse invece è un fenomeno che avviene dopo due anni dall’emissione.
I CCF non sono debito in quanto non sussiste alcun impegno, da parte della pubblica amministrazione, a rimborsarli in euro. Incidono sul gettito fiscale futuro, ma questo effetto viene più che compensato dalla ripresa dell’economia che sarà innescato dall’espansione fiscale oppure, se la ripresa fosse insufficiente, dalle clausole di salvaguardia predisposte per evitare l’aumento del deficit e del debito pubblico.

2. Il piano A della convertibilità dei CCF
Nel progetto della moneta fiscale abbiamo proposto la libera convertibilità dei CCF in euro sui mercati finanziari. Se prendiamo ad esempio un titolo come il CTZ a due anni, prevediamo che il tasso di sconto sarà piuttosto contenuto (non superiore al 5% annuo) e tenderà ad azzerarsi via via che si avvicina la data di scadenza ossia la possibilità di utilizzare i CCF per ottenere gli sconti fiscali. Però, sarebbe prudente predisporre un market maker o “compratore di ultima istanza” che dovrebbe intervenire se lo sconto aumentasse oltre certi limiti e cioè se i CCF dovessero svalutarsi in modo eccessivo rispetto all’euro. Solo Banca d’Italia e Cassa Depositi e Prestiti hanno capacità di intervento sebbene non dispongano di risorse illimitate. Infine, nell’opzione della convertibilità è vitale che ci sia un accordo con il sistema bancario che si deve impegnare per garantire il successo dell’operazione convertendo tutti i CCF che vengono portati allo sconto (le banche potranno ottenere un guadagno dalle commissioni). Una volta effettuata la conversione, i pagamenti vengono effettuati in euro che rimane la moneta utilizzata negli scambi di merci e servizi.

3. Il piano  B dell’inconvertibilità dei CCF
All’estremo opposto, i CCF potrebbero essere non convertibili in euro in modo da funzionare come una vera moneta complementare poiché i pagamenti sarebbero effettuati direttamente con i titoli fiscali.
Nel corso dei nostri contatti con la Ragioneria Generale dello Stato (RGS), ci è stato espresso il dubbio che, mentre è certo che i CCF all’atto dell’emissione non concorrano ad aumentare il deficit pubblico annuo, potrebbero invece dover essere ricompresi nello stock di debito pubblico nel caso in cui vengano acquistati e restino nel possesso di istituti di credito. Da quanto abbiamo capito, il dubbio nasce dal fatto che gli istituti di credito devono registrare il possesso dei CCF all’attivo del proprio bilancio. L’Istat, ricevendo le relative comunicazioni, deve a questo punto prendere atto dell’esistenza di questi titoli e quindi registrare il corrispondente impegno del settore pubblico come componente del debito.

Questo tema non ci è risultato chiaro e non ci sono stati forniti precisi riferimenti normativi o regolamentativi. Ci appare illogico che uno stesso titolo sia o non sia debito in funzione di chi lo detiene (una banca o un altro soggetto), dal momento che la natura del titolo è esattamente la stessa. Inoltre, la previsione cui fa richiamo la RGS sembra contravvenire alle regole europee stabilite in materia. [2]

Per questi motivi abbiamo ipotizzato uno schema in base al quale l’utilizzo dei CCF non avvenga per il tramite della conversione in euro mediante cessione sul mercato finanziario, ma funzionino direttamente come mezzo di pagamento per effettuare acquisti di merci e servizi. Ciò anche alla luce del fatto che le fasce sociali disagiate e i lavoratori a basso reddito potrebbero trovare poco pratico e/o poco conforme alle loro abitudini effettuare una vendita di CCF contro euro passando per meccanismi di mercato finanziario. Si potrebbe pertanto prevedere che tali soggetti ricevano CCF sotto forma di accrediti su una carta elettronica ad essi intestata e che possano spendere tali disponibilità direttamente. In sostanza i CCF funzionerebbero come “buoni spesa” e permetterebbero di evitare l’uso del contante.

Affinché ciò sia possibile, si dovrebbe realizzare un sistema di accordi con una serie di operatori commerciali e imprenditoriali che svolgono attività di vendita di beni e servizi al pubblico su vasta scala, che si possono rendere disponibili ad accettare CCF come forma di pagamento in cambio dei beni e servizi venduti. Tra questi operatori potrebbero annoverarsi: soggetti della grande distribuzione organizzata; società di erogazione di acqua, gas ed elettricità; catene di distribuzione di carburanti; compagnie assicurative attive (tra le altre cose) nella vendita di polizze RC auto obbligatorie; strutture pubbliche o convenzionate che forniscono servizi sanitari; ecc.

Tutti i soggetti sopraindicati hanno flussi rilevanti e continui di pagamenti verso la pubblica amministrazione, non solo a titolo di imposte dirette ma anche e soprattutto di IVA, nonché di imposte e contributi versati in conseguenza dei rapporti di lavoro dipendente (anche come sostituto d’imposta per conto del loro personale). Tali soggetti avrebbero pertanto la certezza di utilizzare i CCF acquisiti per conseguire sconti fiscali futuri, anche senza passare attraverso la loro conversione sul mercato finanziario.

Naturalmente, l’accettazione da parte di tali operatori di uno strumento utilizzabile come sconto fiscale soltanto a due anni dall’emissione, e caratterizzato da un grado di liquidità inferiore rispetto alla moneta legale, richiederebbe che si remunerasse con un tasso d’interesse positivo chi lo accettasse in pagamento contro beni e servizi. [3]

Si potrebbe quindi prevedere che i CCF utilizzati via carta elettronica maturino un tasso d’interesse, corrispondente al tasso di attualizzazione finanziaria in caso di cessione, per far sì che l’opzione “pagamento in euro” o “pagamento in CCF” sia neutrale e quindi indifferentemente accettata dall’operatore commerciale che avrebbe la possibilità di espandere le proprie vendite.

Dunque, l’opzione dell’inconvertibilità se da un lato rende lo strumento meno liquido provocando problemi di accettazione, dall’altro lato:
1. ci mette al riparo dal rischio di una svalutazione eccessiva dei titoli fiscali nei confronti dell’euro [4];
2, evita di chiamare in causa le banche che potrebbero essere attaccate dall’Europa;
3. scongiura la possibilità di pagare in nero assicurando che tutta la moneta fiscale sia destinata alla spesa di beni e servizi;
4. garantisce che la manovra abbia il maggiore impatto possibile all’interno del territorio nazionale poiché saranno solo le imprese che pagano le tasse nel nostro Paese ad accettare i CCF come mezzo di pagamento. In tal modo, si viene a ridurre la spinta verso le importazioni che inevitabilmente l’espansione della domanda interna porta con se. Inoltre, la possibilità di fare pagamenti in CCF permette di liberare euro che possono essere utilizzati per altri scopi (importazioni, riequilibrio di bilancio, pagamento dei debiti).

In conclusione, l’opzione dell’inconvertibilità richiede la costituzione di un circuito commerciale in cui le imprese che aderiscono si impegnano ad accettare CCF come mezzo di pagamento in luogo degli euro. Ma se funziona il Sardex [5] perché non potrebbero funzionare i CCF che hanno dietro lo Stato ?



NOTE



[1] Cfr. S. Sylos Labini, Fuori dall’austerity con la moneta fiscale, «Left», 7 ottobre 2016.

[2] Il Sistema Eurostat SEC 2010, reso esecutivo con il Regolamento n. 549 / 2013 (cfr. in particolare i paragrafi 5.05 e 5.06) configura senza ambiguità i CCF come credito tributario “non pagabile” in quanto non soggetto a essere rimborsato in cash. Questo strumento, ancorché se ne debbano valutare gli effetti nei documenti di programmazione in termini di “minori entrate” previste, non può in alcun modo essere qualificato come “spesa” né come “debito” nella contabilità pubblica e nei documenti consuntivi di finanza pubblica. Si veda al riguardo anche la Eurostat Guidance Note del 29 agosto 2014.

[3] Si osservi, pertanto, che qualunque sia il canale di utilizzo dei CCF (con o senza conversione sul mercato finanziario), nella misura in cui essi a) impongono un differimento all’esercizio del diritto che incorporano (sconto fiscale) e b) hanno liquidità inferiore a quello della moneta legale, la loro accettazione richiede necessariamente l’applicazione di un tasso d’interesse (implicito o esplicito).

[4] Un’eventualità del genere potrebbe verificarsi se l’emissione della moneta fiscale venisse considerata dai mercati finanziari come un passo verso l’uscita dall’euro oppure potrebbe avere luogo nella prima fase della manovra dove è probabile che prevalgano i venditori (persone/imprese che vogliono euro e cedono CCF) sui compratori. Ciò determinerebbe una crescita indesiderata dello sconto e quindi una perdita di valore dei CCF nei confronti dell’euro depotenziando la manovra espansiva.

5 dicembre 2016

La grande marea dei NO ripudia l'Agenda Renzi

di Pino Cabras.


Il progetto di Renzi fallisce e viene ripudiato dalla Repubblica Italiana.
Chi voleva manomettere in profondità la Costituzione è stato pesantemente sconfitto da un grande voto popolare.  Nella marea di voti che sommerge Matteo Renzi e gli avventuristi che aveva coinvolto in una campagna referendaria estremamente scorretta, i giovani hanno contato in modo trascinante: hanno contributo con più forza a rottamare un arnese già vecchio come il sedicente Rottamatore. Matteo Renzi ha subito una grande sconfitta campale nel suo progetto di rafforzamento del governo come architrave di un nuovo sistema politico. Renzi voleva riorganizzare efficacemente il blocco sociale conservatore dopo che era crollata l'analoga funzione di Berlusconi, e voleva farlo salvaguardando una fetta ancora molto elevata del suo elettorato tradizionale proveniente da sinistra. Una specie di DC 2.0 che si riprendeva le percentuali del PCI nelle regioni rosse, schiacciava l'opposizione a cinque stelle e dunque tentava di dare l'impronta decisiva alla Terza Repubblica, pur presentandosi dinamico e riformatore: cosa che attrae sempre un po' di politicanti cinici nel paese del Gattopardo, oltre a una quota instancabile di "militonti", tetragoni a ogni evidenza.
Renzi ha sopravvalutato la presa degli incantatori di serpenti volgari e ignoranti che aveva mobilitato, assieme alle clientele, per imbrogliare un Paese affezionato alla propria Costituzione. E lui, incantatore di serpenti in capo, ha commesso un azzardo politico enorme, che lo ha perduto: pensare di personalizzare il confronto, puntando all'obiettivo impossibile di farsi investire da un suffragio superiore al cinquanta per cento. 
Ricordate il referendum di aprile sulle trivelle? Non raggiunse il quorum e i corifei renziani perculavano gli avversari con tweet irridenti. Ciaone, dicevano. Gravissimo errore di sottovalutazione. 
Gli avversari infatti potevano dire: "Ricomincio da 13.330.607". Tanti erano i voti di chi in quella occasione aveva votato in modo sgradito al governo. Ed erano tanti nonostante un quorum impraticabile, una propaganda assillante del governo e del PD per spingere gli elettori a non votare, organi di stampa bugiardi e zitti. Pochissimi di quei tredici milioni erano disposti a votare Sì nel RefeRenzum del 4 dicembre. 
Come mi ha ricordato un amico che questi calcoli li ha sempre fatti bene per mestiere, Pietro Pani, con un'affluenza alle urne del 70% al NO, per vincere, sarebbe bastato prendersi appena un elettore su quattro di quelli che ad aprile non votarono (o votarono per tenere le trivellazioni) e vincere così con il 51%.  Invece siamo ben oltre. Matteo Renzi, nella sua hybris costituzionale, non sa nemmeno fare i conti. Il suo guru Jim Messina è una montagna di denaro mal speso. Ben gli sta, la democrazia è davvero un'altra cosa da Jim Messina, da Matteo Renzi, da Maria Elena Boschi, e anche dai piedi in due staffe di Gianni Cuperlo e altri.
Renzi ha interpretato la propria carica fino a svilirla in una sequela di abusi: ha ridotto la Costituzione al rango di una chiacchiera da Barbara D'Urso, ha buttato a mare equilibri nati dallo studio e dal sangue per triturarli in slogan falsi ("ecco la scheda con cui voterete il Senato", vergogna Matteo!), ha fatto di tutto per abbagliare, intimidire, costringere a schierarsi per ottenere finanziamenti che spettavano comunque agli enti locali. Davvero squallide le passerelle del presidente della Sardegna Pigliaru e di quello della Campania De Luca, per accreditarsi come vassalli e giocare intorno al Referendum fondi pubblici e risorse. Renzi ha usato enti pubblici, televisioni, manovrine e mance, e non si è fermato lì. Ha abusato anche delle ambasciate per condizionare in modo non neutrale il voto degli italiani all'estero: una grande incognita piena di ombre, per fortuna non decisiva, alla fine, perché lo tsunami sul suolo nazionale è stato inarrestabile. 


Si addensano molte nubi all'orizzonte, perché Renzi in questi suoi mille giorni non ha governato, ha rinviato, ha congelato i problemi, e ci sono sempre i poteri che vogliono spolpare l'Italia. Bisognerà attrezzarsi da subito per creare un vasto movimento popolare in grado di governare in nome della Costituzione, che ci teniamo - fortunatamente e meritatamente - ancora oggi. Nessuna delle forze di opposizione - alle Agende Monti, Agende Letta e Agende Renzi che ci governano da anni - può bastare a se stessa. Dovremo pensarci. Domani è un altro giorno.


20 novembre 2016

L’Occidente si è trumpato il cervello

di Roberto Quaglia.



Queste elezioni americane sono senza alcun dubbio state le più incredibili da parecchi decenni a questa parte. Quanto di ciò che abbiamo visto sia reale e quanto sia invece abile teatro lo scopriremo solo nel tempo. Le opzioni principali sono due: o le cose sono come sembrano, oppure sono come non sembrano.
Iniziamo con la prima opzione.
Trump ha vinto le elezioni americane contro tutti i pronostici, contro tutti i sondaggi, contro il coro di tutti i media occidentali compattamente schierati contro di lui, contro l’opinione univoca e compatta dei ceti “liberal” di cultura medio-alta.
Più che fare un’analisi politica di questo avvenimento, opera in cui al momento si sbizzarriscono tutti, è interessante soffermarsi su alcune considerazioni che attengono più alla sociologia, che alla politica.
Perché i giornalisti e gli intellettuali mainstream in questa faccenda si sono sbagliati tutti e completamente? Prima incapaci di capire che Trump si sarebbe aggiudicato la nomination repubblicana, poi incapaci di capire che avrebbe vinto. E già in precedenza incapaci di prevedere l’esito del Brexit. Sbagliarsi completamente una volta può essere un caso, ma due o tre volte di fila inizia a configurare una norma. Nel caso italiano poi si aggiunge l’incapacità di prevedere e capire ed infine di prendere atto dell’ascesa del fenomeno dei Cinque Stelle. In altre parole: il mainstream è stupido. Mi sovviene la famosa citazione “se tutti pensano allo stesso modo, allora qualcuno non sta pensando”.
E per colmo di beffa, ora quello stesso circo mediatico corrotto ed incapace che da qualche tempo le sbaglia tutte, ci vomita in salotto le inutilissime arrampicate sugli specchi degli opinionisti che non ne hanno azzeccata una, e che ora pretendono di spiegarci ciò che manifestamente non hanno capito ed evidentemente non sono proprio in grado di capire. Tutto ciò in attesa dei salti carpiati con doppio avvitamento dei giornalisti e politici italiani (Renzi in testa) che hanno sempre sfottuto quando non addirittura insultato Trump e che ora, da un giorno all’altro, con la stessa passione di prima inizieranno a coglierne le virtù nascoste fino a giungere a tesserne lodi sempre più sperticate. Non perdetevi lo spettacolo infame, destinato a trasformarsi in un culto trash. Il voltagabbanismo nell’epoca di internet è infatti un gioco con un prezzo da pagare, il prezzo del ridicolo, dato che i precedenti insulti non scompaiono dalla memoria della rete – nossignori, non li si può cancellare da Internet – ed una volta abilmente accostati alle successive leccate di culo possono dare vita a dei disgustosi quadretti che immortaleranno lo squallore dei vari personaggi per l’ilare e sacrosanto dileggio dei posteri.
Come già per il caso del Brexit, assistiamo ora ad un altro fenomeno eclatante: il rifiuto del risultato della votazione da parte dell’elettorato perdente. Questo, naturalmente, nel nome della democrazia. Nel caso del Brexit, si manifestò con petizioni che chiedevano di votare di nuovo ed elucubrazioni sul fatto che il voto potesse venire legalmente ignorato. Questo, naturalmente, nel nome della democrazia. Nel caso delle elezioni di Trump invece abbiamo gente che scende in piazza contro l’esito delle elezioni, senza tuttavia un argomento diverso da quello della propria insoddisfazione. Non si scende in piazza per qualcosa che Trump ha fatto o sta per fare – è troppo presto per questo, lui non è nemmeno ancora presidente. No, si scende in piazza perché semplicemente non si è d’accordo con l’esito del voto. Contemporaneamente, iniziano a udirsi voci intellettualoidi che si esprimono contro il suffragio universale. Tutto questo, naturalmente, nel nome della democrazia.
Dico ciò perché l’aspetto forse più interessante di queste elezioni è proprio l’aperto manifestarsi di questa visione cripto-totalitaria di una parte di popolazione erudita sinceramente convinta di incarnare la vera ed unica identità democratica possibile della società. Oltre al blocco compatto dei media e della “intelligentsija” o presunta tale, si tratta dei ceti di istruzione medio-alta della società. Nel loro rifiuto di considerare legittimo il voto delle fasce di istruzione minore essi di fatto senza accorgersene hanno dichiarato una feroce lotta di classe che in sostanza si riassume nell’idea: la democrazia è vera democrazia solo quando vinciamo noi, che siamo persone più erudite e migliori. Quando vincono gli altri non vale, dato che sono ignoranti e sempliciotti, non vale a meno che il vincitore sia anche di nostro gradimento. Il rifiuto dell’esito del gioco è un comportamento tipico dei bambini. Nel caso del Brexit tutti ad urlare come i bambini “voglio la rivincita!” e coerentemente oggi tutti a strepitare “Non vale! Non vale” senza però essere in grado di spiegare perché non dovrebbe valere. Un comportamento molto infantile. Anche l’argomento, spesso utilizzato in questi casi, che la gente ignorante sia stata convinta dai media a votare per l’impresentabile di turno non vale, dato che i media spingevano invece a votare la Clinton con una univocità che – questo sì – rappresentava la morte del pluralismo politico, fatto che curiosamente non ha preoccupato nessuno di tutti questi colti benpensanti. In effetti, il fatto straordinario è proprio che metà degli elettori abbia votato a dispetto del coro compatto dei media – in direzione contraria. Questo significa inequivocabilmente che più di metà della popolazione votante, per non parlare di quella non votante, non crede più a ciò che sente in televisione per quello che riguarda la politica, non crede più a quello che scrivono i giornali mainstream. I sacerdoti del ministero della verità stanno rapidamente perdendo il loro pubblico.
Fino ad ora non sono entrato nel merito dell’analisi politica, interessandomi di più il mistero del comportamento delle masse di persone. Qualcosa tuttavia si può dire anche sul piano dell’analisi politica.
Una delle letture più lucide è forse stata data dal grande giornalista John Pilger in una bellissima intervista a RT che invito tutti a guardare. Ben due volte premiato come giornalista dell’anno in Inghilterra, John Pilger non può certo essere tacciato di simpatie sospette. Eppure, Pilger mette il dito nella piaga: per quanto Trump possa essere impresentabile, la Clinton è già compromessa da una miriade di fatti inaccettabili e semplicemente non è un’opzione. Massima garante dello status quo criminal-finanziario di Wall Street e del complesso militar-industriale, già criminale di guerra corresponsabile della distruzione di Libia e Siria, corrotta dai sauditi a cui assicurava le armi destinate ai tagliagole dell’ISIS, come rivelato da Wikileaks, aveva già promesso che se eletta avrebbe fatto guerra all’Iran – e molto probabilmente avrebbe scatenato la terza guerra mondiale. Non c’è antipatia per il personaggio Trump che regga al confronto con la prospettiva di un cataclisma del genere. Colpisce la confusione mentale di quel blocco di società benpensante per il quale maschilismo, rozzezza e cattivo gusto pesano di più dei crimini di guerra e della promessa di nuove guerre e possibilmente di una guerra nucleare. Una confusione mentale tale che, messi di fronte alle rivelazioni di Wikileaks che inchiodano la Clinton ai suoi crimini, anziché prendere atto della realtà chiudono gli occhi e piuttosto accusano Wikileaks di avere rivelato il malaffare. Anche il Guardian si è spinto a dare la colpa ad Assange. Siamo quindi al delirio. Fra la criminale sobria ed il maleducato pacchiano i benpensanti preferiscono la criminale sobria. Fra una guerrafondaia dichiarata, però persona elegante, ed un riccone maschilista, per lo più buzzurro, i benpensanti preferiscono la guerrafondaia elegante. Per quanto sia assurdo i benpensanti preferiscono, in America come in Italia ed in Europa, una guerra nucleare quasi certa piuttosto che il trionfo del cattivo gusto. Come si spiega questa follia? La risposta è semplice e banale: la gente capisce facilmente i problemi piccoli, ma non è assolutamente in grado di fronteggiare i problemi grossi. Cattivo gusto, razzismo ed esternazioni maschiliste sono le piccole cose che incontriamo nella nostra vita di tutti i giorni e per le quali abbiamo criteri di comprensione ed un codice di comportamento. Una guerra nucleare è invece un problema troppo grosso perché la nostra mente sappia occuparsene e quindi la nostra mente lo nega in blocco, rifiuta di vederlo, lo confina nell’ambito delle prospettive astratte che non ci possono davvero riguardare. In parole povere, la tattica dello struzzo che ficca la testa sotto terra per non vedere, la tattica dei bambini che chiudono gli occhi davanti a ciò che li spaventa convinti che questo basti a farlo sparire dalla realtà, oltre che dalla loro vista. I benpensanti hanno paura del parrucchino di Trump perché capiscono cosa voglia dire un parrucchino, ma non hanno paura della guerra, forse nucleare, promessa dalla Clinton perché non capiscono cosa voglia dire una guerra, soprattutto nucleare.
Naturalmente, è interamente possibile che anche Trump conduca il mondo alla catastrofe. Ciò non toglie che che con la Clinton questa sarebbe stata una certezza. E quando devi scegliere fra un disastro possibile ed un disastro garantito, il disastro garantito non è affatto la scelta migliore. Ubi maior minor cessat.
Adesso che abbiamo ragionato sulla premessa che le cose sono come sembrano, spendiamo due parole anche sull’ipotesi che le cose siano come non sembrano. Mi perdonerete la sospettosità, ma dall’11 settembre in poi ho sviluppato un certo scetticismo rispetto a qualsiasi teatrino venga rappresentato davanti a me. Ogni volta che cado in tentazione e credo alla realtà di uno scenario, prima o poi saltano fuori elementi che mi convincono di essere stato fregato per l’ennesima volta – stavo assistendo ad un teatrino e non me ne ero accorto perché la sceneggiatura era stata scritta troppo bene. E, come sappiamo, in politica i teatrini sono di solito la norma, non l’eccezione. Quanta gente a suo tempo cadde nel tranello del teatrino del mito di Obama il Buono, che nell’immaginario popolare, costruito ad arte, avrebbe portato la pace in terra? In seguito Obama avrebbe bombardato sette paesi. Oggi ci viene presentata una narrativa del tutto diversa, ma quanto di tutto ciò è reale?
Ci sono almeno tre elementi che stonano nel quadro che ci viene presentato. L’indagine ad orologeria dell’FBI su Hillary Clinton ed il timing delle rivelazioni di Wikileaks sono le prime due stonature. Wikileaks non è propriamente ciò che in molti credono, in realtà è parte del sistema, tanto è vero che fa sempre bella figura sulle prime pagine dei giornali – i veri oppositori del sistema sono ignorati dai media. E non solo Assange rispetto ai misteri dell’11 settembre non ha mai spifferato nulla, ma addirittura ha difeso l’indifendibile versione ufficiale. Non mi stupirei se Trump finisse per dargli la grazia, a cui seguirebbe il Nobel. 

E la terza stonatura, per quanto possa sembrare strano è costituita dai mancati brogli elettorali a favore della Clinton, brogli che in molti si aspettavano dato che si erano verificati in elezioni precedenti e che stavolta non sono avvenuti. Oppure che ci sono stati, ma a favore di Trump. La grande discrepanza fra gli exit poll ed il voto a favore di Trump in stati chiave suggerisce infatti che anche stavolta ci siano stati dei brogli, però a favore di Trump.
E bisogna essere incredibilmente ingenui a credere che le macchine elettroniche per il voto negli Stati Uniti, una vera e propria black box dal software segreto e di proprietà dei soliti sospetti, i cui risultati sono inverificabili, con le quali già in passato si sono truccate elezioni, proprio stavolta siano state usate senza imbrogliare.
C’mon, do you really believe that?
Se quindi ci vengono presentati tutti i soldatini del potere visibile schierati compatti per la Clinton, si intravvedono però in trasparenza i grandi alfieri del potere nascosto operare in appoggio a Trump.
E’ un’epoca di crescente ribellione contro i cosiddetti Padroni dell’Universo, ovvero i poteri forti, fortissimi, che tirano le fila dei burattini politici – e dopo questa elezione a sorpresa essi ci vengono presentati come sconfitti, disperati, messi all’angolo dalla vittoria di Trump. Ma lo sono davvero? Oppure fa tutto parte di uno spettacolo dai fini misteriosi? Come Obama fu il contentino per i benpensanti, è oggi forse Trump il contentino per i malpensanti? Obama l’anti-Bush seguito da Trump l’anti-Obama, lo stesso schema a ruoli invertiti, uno schema good cop – bad cop per tutta l’umanità?
L’attacco dell’FBI alla Clinton rivela uno schierarsi evidente dello deep state – lo stato profondo statunitense. Ma è lo stato profondo che si ribella ai Padroni dell’Universo costringendoli a cambiare strategia oppure sono sempre i Padroni dell’Universo quelli che conducono il gioco tirando abilmente le fila anche dell’FBI e di altre agenzie?
Le rivelazioni di Steve Pieczenik, un insider di alto livello e di lungo corso del potere americano (leggetevi la sua interessante biografia su Wikipedia, è stato anche fortemente coinvolto nel caso Moro), parrebbero suggerire che la ribellione del deep state sia sincera e patriotica. Ma come facciamo ad esserne certi?
Ed anche l’immagine delle proteste spontanee di strada contro la elezione di Trump inizia a vacillare quando scopriamo che ci sono annunci per reclutare gente che protesti a 1500 dollari la settimana. Si stanno creando le basi per una guerra civile in America? Che magari possa servire ad imporre una legge marziale? Oppure l’obiettivo principale è di restituire importanza alla narrativa della dialettica democratica, esasperando i contrasti apparenti fra ogni presidente in carica ed il suo successore, al fine di corroborare il mito di una democratica alternanza politica?
Altro che House of Cards, la puzza qui è piuttosto quella del Truman Show, però facciamo attenzione, qui siamo nel campo della speculazione, ipotizzare è doveroso, ma balzare a conclusioni certe è prematuro. La situazione è troppo complessa e con troppe incognite per nutrire certezze. Non sappiamo fino a che punto si sia evoluta l’arte di manipolarci e di prenderci in giro, ma dobbiamo considerare seriamente la possibilità che abbia trasceso la nostra capacità di immaginarlo. L’unica cosa certa è che il tempo ce lo dirà – forse. E fino ad allora, teniamo acceso il cervello, sospendiamo il giudizio e, poiché siamo comunque relegati al ruolo di spettatori, cerchiamo di goderci lo spettacolo.
Trump ha vinto il 9 novembre, 11/9 ovvero il 9/11 al contrario, l’11 settembre al contrario. Nell’anniversario in cui 27 anni fa venne abbattuto il muro di Berlino. I numerologi e gli analisti dei simboli ci andranno a nozze.
In conclusione, torniamo a limitarci a guardare agli eventi per come ci appaiono. Al di là delle sceneggiate elettorali e delle trame dietro le quinte rimane il dato straordinario di un voto di massa controcorrente. Chiediamoci ancora una volta come mai così tante persone hanno potuto votare per Trump, contro il politicamente corretto, contro il coro compatto di tutti i media. Grillo ha dichiarato che si è trattato del più grosso vaffa-day della storia, ma meglio di lui si è espresso un mio amico americano, un sociologo, riportando sul suo facebook il seguente piccolo test che vi invito tutti a seguire e – se tenevate per Clinton – a dare la vostra risposta:

Quando tutti i non-razzisti, non-misogini, non-omofobi, non-bigotti normali comuni cittadini ne hanno talmente abbastanza che voi li chiamiate razzisti, misogini, omofobi e bigotti da decidere di votare contro il vostro candidato – voi cosa fate?

Opzione A: Rivedete la vostra condotta personale e la strategia per convincere la gente a condividere la vostra politica.
Opzione B: Li chiamate razzisti, misogini, omofobi e bigotti più che mai urlando contro di loro ancora più forte.
A giudicare dai post che leggo su facebook, la maggioranza di voi ha scelto l’Opzione B.
Ed è soprattutto per questo che il vostro candidato ha perso.


20 Novembre 2016
Se l’articolo ti è piaciuto ecco un indirizzo bitcoin dell’autore con cui puoi esprimere il tuo gradimento: 
1MTgNMP5FUsihDN4izxtfPpCfYYLiib3yn
Oppure donazioni via Paypal cliccando su Paypal.me/quaglia

Fonte: http://roberto.info/it/2016/11/20/occidente-trumpato-il-cervello/.
.

25 ottobre 2016

Il linguaggio prezioso della Costituzione. Ecco perché #iodicoNo

Mio intervento sul "RefeRenzum" Costituzionale, da ospite della manifestazione del M5S organizzata ad Assemini (CA) il 22 ottobre 2016.





9 ottobre 2016

Trump-Hillary. Sesso, finanza e videotapes

di Pino Cabras.
da Megachip.

Una breve riflessione per contribuire a contestualizzare la notizia del giorno.

Mentre il coro dei media tira fuori uno scheletrino dall'armadio di Donald Trump facendolo diventare un delitto mondiale, passa del tutto in secondo piano la rivelazione di Wikileaks con le ributtanti trascrizioni dei discorsi a pagamento che Hillary Clinton pronunciava presso i pezzi grossi di Wall Street, ai quali teneva a dire: "Mi sento molto lontana dalla classe media". E intanto prometteva loro l'esatto opposto di quanto promette al popolo bue: la protezione incondizionata dei super-ricchi. Per questi servigi si calcola che abbia ricevuto quasi 26 milioni di dollari.

Mi pare che la politica USA sia in una crisi drammatica, con due candidati alla presidenza squallidissimi e deboli, laddove l'unico centro di comando con effetti decisionali veri, al momento, risiede al Pentagono, e l'unica fonte di legittimazione vera risiede nel denaro della grande finanza

Piccolo problemino aggiuntivo, che si perde nel coro russofobo dei media: il Pentagono è in mano a gente che sta prendendo decisioni che rendono possibile sin d'ora una guerra fra USA e Russia
Che - capite bene - non è come le altre guerre.